Anomali - Attakki Di Paniko
(Autoproduzione, 2006)
La differenza fra un piccolo capolavoro e il kitsch più squallido, nei discorsi teorici, è sempre netta e ben delineata. Naturalmente fra un'opera di Bukowsky ed un libro di Melissa P. c'è un abisso, e se il primo viene riconosciuto quasi unanimemente come autore di libri di livello elevato, la seconda sconfina semplicemente nella spazzatura più lurida, con tutto il rispetto per la spazzatura. Purtroppo una distinzione così limpida non sempre è proponibile: talvolta spunti alti e cadute rovinose convivono nella stessa opera, sia essa letteraria, visiva o musicale, ed allora districarsi è molto più complesso.
Questo è il caso degli Anomali, gruppo lombardo autore del disco "Attakki Di Panico". In "Attakki Di Panico" coesistono infatti elementi molto positivi ed elementi negativi, passando da ottime intuizioni a cadute nel fango per poi librarsi di nuovo in cielo e precipitare di seguito nel fango, in una catena ininterrotta. Il particolare che lascia però maggiormente basiti è il fatto che questo accada ad ogni livello: musicale, canoro (a livello sia di cantante che di cori) e testuale, quasi che questa scelta sia parte facente del progetto del gruppo.
Musicalmente gli Anomali rimandano a gruppi canonici quali Rancid, Ramones, Pornoriviste e persino Frontiera, ritagliandosi però una nicchia personale dall'intersezione fra questi musicisti ed operando con interessanti cambi di stile all'interno di una stessa canzone (è il caso di "Giokovuoto", in cui risalta un brillante ritornello), pur sempre rifacendosi allo stile dei gruppi citati. Allo stesso tempo il meccanismo, consolidandosi nella successione delle otto canzoni del demo, risulta velocemente prevedibile e limitante per le potenzialità del gruppo.
Sebbene l'interesse primario del gruppo sia semplicemente suonare un punk rock spedito e niente affatto estroso, una maggiore ricercatezza nella musica probabilmente non stonerebbe affatto ed impreziosirebbe "Attakki Di Panico", esattamente come una registrazione più attenta avrebbe consentito al gruppo suoni più puliti e seconde voci migliori. Proprio le seconde voci, che in una canzone come "Testakoda" (forse la traccia migliore del disco insieme a "Giokovuoto") esaltano, oltre che la musica, la stessa voce del cantante, in altre canzoni, come ad esempio "Lakrime", appaiono in alcuni punti superflue, creando una sorta di eccesso vocale ed un senso di ridondanza che non appare necessario ai fini della canzone.
Anche la voce principale è contraddittoria, risultando insicura quando dovrebbe al contrario risultare più profonda (nella canzone "Linguaggio" non convince mai pienamente) e divenendo invece assolutamente strepitosa nei tratti più veloci delle canzoni, quando dà il meglio di sé: esemplare è la perfetta esecuzione del ritornello di "Acido Negli Okki", in cui il cantante, a perdifiato, si dimostra perfetto nel pronunciare una dopo l'altra in rapidità ogni parola del brano.
Infine, a livello testuale si presentano ancora le stesse impressioni contraddittorie già riscontrate in precedenza. Nonostante il progetto generale del gruppo di cantare la nostalgia e la tristezza, prevalentemente causate da amori finiti che coincidono spesso con giornate di pioggia battente e solitudine in casa, sia assolutamente coerente in tutte le tracce, si passa da brani che non convincono nella loro tesi (l'accostamento uomo-linguaggio in "Linguaggio" appare forzato e frasi come "il linguaggio è mutevole lo sai bene tu, il linguaggio cambia pelle e tu non ci sei più" creano facilmente perplessità nell'uditore) a brani che sembrano molto riusciti, come ad esempio "Giokovuoto" ("nel sacco della tua spazzatura cerco la logica della follia, a frasi fatte la vita è dura ma a conti fatti mi butti via"), in cui l'ascoltatore può anche non condividere il messaggio cantato, ma è improbabile che non rifletta sulle parole appena ascoltate.
Nel complesso comunque il gruppo appare sulla buona strada e pertanto, possedendo già un proprio stile - sebbene ancora da affinare e perfezionare -, non gli resta altro che proseguire per la via che si è tracciato cercando continuamente di migliorarsi. I buoni spunti non mancano, ora si tratti di svilupparli per non rimanere perennemente in bilico fra piccolo capolavoro e spazzatura.
a cura di Paolo Magarini