Anberlin - Cities
(Tooth & Nail Records, 2007)
Con "Cities", terzo lavoro sulla lunga distanza per gli Anberlin (edito nuovamente per Tooth & Nail Records, come anche i suoi predecessori), i cinque di Orlando sono chiamati a dare un seguito all'ottimo "Never Take Friendship Personal" (2005), capace di vendere nei soli Stati Uniti oltre 100.000 copie. Inevitabile dunque che attorno al disco si fosse creata una certa pressione, considerata anche la primaria importanza che gli Anberlin rivestono per la loro etichetta, della quale sono certamente uno dei gruppi di punta: se a ciò si aggiunge un tour americano in buona parte già esaurito, è inevitabile che la curiosità creatasi attorno a questo nuovo album di Stephen Christian e soci fosse considerevole un po' tutto il globo.
La prima traccia dell'album è definibile solamente sintetizzandola come una sorta di groviglio di suoni, difficilmente ripetibili se non con un PC, e funge chiaramente da introduzione a "Godspeed", primo vero brano. Subito emerge un aspetto fondamentale: dietro a questo disco, in fase di registrazione, masterizzazione e produzione è stato riposto uno sforzo imponente (ottimo il lavoro di Aaron Sprinkle, già all'opera con MxPx, Emery e numerosi altri), perché la potenza e l'impatto dei suoni risultano veramente stupefacenti. La band sfodera inoltre fin da subito una delle sue migliori canzoni, frutto di intelligenti incursioni elettroniche, potenti schitarrate sapientemente usate sia in fase di accompagnamento che nei numerosi assoli, ed una batteria dai ritmi serrati che rende il tutto ancora più diretto. Se a questo si aggiunge un perfetto ritornello, "Cities" sforna già la sua prima hit.
Classico pezzo alla Anberlin è anche la successiva "Adelaide", vagamente sulla falsariga della precedente, mentre, dopo aver leggermente rallentato i tempi con "A Whisper & a Clamor", giunge la prima traccia acustica, "Unwinding Cable Car", ottimamente eseguita. Si fanno più intensi gli inserimenti elettronici, invece, con la successiva "There Is No Matemathics To Love And Loss", che però non riesce a convincere completamente. Altro pezzo pregiato del lotto è senz'altro "Alexithymia", che mostra come lo stile di base dei brani già a metà disco sia cambiato rispetto alle prime canzoni battute: gli Anberlin preferiscono infatti ora insistere su chitarre più leggere, non disdegnando accompagnamenti in pulito, a discapito dell'impatto che un pezzo come "Godspeed" si può vantare di proporre. A conferma di ciò si pongono anche l'elegante delicatezza di canzoni come "Inevitable" ed il piccolo capolavoro "(*Fin)", vero manifesto del lato più emozionale degli Anberlin: quasi nove minuti di pura poesia che non possono che lasciare soddisfatti anche i maggiori detrattori di emo e derivati.
La valutazione finale di "Cities" non può quindi che essere positiva: va riconosciuto sicuramente come il disco si presenti molto diverso, specie confrontando tra loro l'inizio e la fine. La scelta della band ricade infatti su una graduale diminuzione dell'elettronica e dei ritmi frenetici tipici dei primi pezzi mano a mano che si procede nell'ascolto, arrivando fino ad un finale lento e delicato.
a cura di Davide Tomasini