All Time Low - So Wrong, It's Right
(Hopeless Records, 2007)
Sull'onda del successo ottenuto con l'EP "Put Up Or Shut Up", uscito per Hopeless Records nel luglio del 2006, i giovanissimi e promettenti All Time Low riprovano a far risvegliare anche gli animi più sonnecchiosi fedeli al pop punk più moderno con il loro nuovo attesissimo album "So Wrong, It's Right", probabilmente il disco che li consacra in maniera più evidente come una delle maggiori rivelazioni del genere degli ultimi tempi.
Le dodici tracce, prodotte da Matt Squire (già al lavoro anche con band del calibro di Panic! At The Disco e Boys Like Girls), si sviluppano sfoggiando un vero concentrato di potenza e melodia, utilizzando la classica formula del pop punk tanto apprezzata dai più trendy amanti del genere. Il quartetto del Maryland riesce però a distinguersi dalla miriade di band di questi tempi grazie alla sua esuberanza ed esplosività e ad un rapporto diretto con il pubblico, quasi da ricordare i Blink 182 e i New Found Glory dei tempi d'oro, quando il prendersi gioco di sé stessi sembrava l'unico motivo per fare musica.
L'album si apre con l'adrenalinica "This Is How We Do", un invito al divertimento con frasi del tipo "we're the party, you're the people" - che ricordano il debutto "The Party Scene" - ed altre più provocatorie come "boys, raise your glasses, girls, shake those... (go, go, go!)", probabilmente studiate per essere di maggiore effetto in versione live. Canzoni come "Let It Roll", e ancor di più "Six Feet Under The Stars" e "Dear Maria, Count Me In", si lasciano ascoltare centinaia di volte per i loro travolgenti ritornelli e cambi di ritmi, ma i semplici giri di chitarra accompagnati dai troppo ripetitivi ritornelli di "Shameless" e "Stay Awake (Dreams Only Last For a Night)" suonano a volte troppo scontati.
Poche canzoni si differenziano però veramente dalle altre, e questo forse è un po' il limite di "So Wrong, It's Right". L'episodio meno plateale lo si riscontra con l'acustica "Remembering Sunday", nella quale la partecipazione finale dell'ottima voce di Juliet Simms degli Automatic Loveletter sembra quasi creare un abisso con gli altri episodi del disco.
Se, però, nella parte cantata Alex Gaskarth e compagni affascinano e coinvolgono grazie all'alternanza delle voci ed alle loro buone capacità canore, non offrono delle vere perle nei loro testi, che si dimostrano a volte troppo tradizionali, giovanili e di scarsa creatività. Basta ascoltare qualche canzone per accorgersi subito delle innumerevoli frasi trite e ritrite sciorinate già dai loro predecessori, oppure della scarsità di argomenti di cui parlare; sono infatti le feste, le spiagge e le ragazze gli argomenti preferiti dal quartetto di Baltimora.
Ma gli All Time Low sono esattamente quello che i loro fans si aspettano, cioè una band tra il limite dell'idiozia ed il divertimento, e non è di certo una sorpresa se migliaia di ragazzi che vanno a vederli si sono già innamorati di loro. Riuscire a lasciare il segno anche con il prossimo disco sarà però una bella sfida per gli All Time Low, visto che muoversi in un terreno arduo come il pop punk, dove la concorrenza si dimostra essere sempre più spietata, non è di certo una operazione facile.
a cura di Andrea Marturano