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Data:
2-3 settembre 2005
Luogo:
Idroscalo - Milano
Prezzo del biglietto:
€ 65,00 (2 giorni)

Rock In Idro 2005

Giornata 1 (2 settembre)
PALCO PRINCIPALE: The Offspring + The Hives + Pennywise + Turbonegro + Juliette & The Licks + No Use For A Name + Super Elastic Bubble Plastic + Voicst + Useless ID
PALCO SECONDARIO: Fonzie + Vanilla Sky + Stinking Polecats + The Valentines + Nomoredolls + Bikini The Cat + The Suicide Girl + Love In Elevator + Tying Tiffany

Rock In Idro: un nome che ci è ormai diventato più familiare di Rock In Rio. Pur riprendendone il nome, col mega-festival brasiliano il concerto settembrino svoltosi all'Idroscalo di Milano ha ben poco da spartire. La due giorni di musica ha infatti riguardato quasi esclusivamente punk, hardcore, rock ‘n' roll ed emo, proponendo in ogni caso un cast assolutamente stellare. Venerdì 2 settembre ci si trova quindi ad affrontare un caldo infernale ed un'assurda coda d'ingresso, anche considerato il numero di presenti non altissimo. Ma la passione e la tanta voglia di fare casino fa resistere tutti e, del resto, questo non è neanche l'inizio.

Una giornata questa segnata dalla sfortunata defezione dei Rufio e da quella clamorosa dei Good Charlotte, cosa che ha sicuramente aiutato a diminuire il numero di bambini presenti al concerto. Saltati anche i Caesar (assenza della quale però nessuno si è lamentato) ci si è trovati in una situazione perfetta per far rientrare tutti gli orari nel cartellone e riuscire nel difficile compito di incastrare il palco principale e quello secondario, posti molto vicini l'uno all'altro e sui quali le band non suonavano mai in contemporanea, in modo da permettere di poterseli godere tutti.

Useless ID
Molti sono ancora in fila quando iniziano a suonare gli Useless ID, ottimo quartetto pop punk israeliano, diventato famoso anni or sono dopo aver condiviso uno split con gli Ataris. Il caldo bestiale ed i suoni per niente sistemati non consentono certo allo show di decollare, pur risultando in ogni caso divertente, merito dell'impegno e del movimento dei medio-orientali, che ben alternano pezzi che vanno dal loro piccolo gioiellino "Bad Story Happy Ending" (saltando però clamorosamente "No Time For Me To Be a Teenager") fino al loro ultimo "Redemption". Sull'ultima canzone vengono anche affiancati dal bassista dei No Use For a Name, i quali a quanto pare li hanno presi sotto la propria ala protettrice. Bravini senza dubbio.

Suicide Girl, Tying Tiffany, Nomoredolls, Super Elastic Bubble Plastic, Voicst
Aspettando proprio i No Use For a Name vado a fare un giro per gli stand; colgo subito l'occasione per ringraziare i ragazzi dell'Ammonia e della Wynona Records, persone gentili, disponibili e simpatiche, che fanno il loro lavoro davvero con anima e passione e non per soldi. E' un orgoglio avere in Italia gente così. Tutt'altra storia per gli altri che propongono prezzi altissimi per ogni cosa e che non dimostrano la minima confidenza verso i kids (vedi banchetti del merchandise dei gruppi e gli stand di Atticus e Losers). Intanto osservo le esibizioni della Suicide Girl, Tying Tiffany e dei Nomoredolls, attirato più dalle cantanti che dalla musica, e disinteressandomi completamente ai Voicst e ai pur bravi Super Elastic Bubble Plastic sul main stage.

No Use For a Name
Arrivano finalmente i No Use For a Name, un pezzettino di storia del punk rock californiano, colonne portanti della Fat Wreck Chords. Tony Sly sfodera (ma non è una sorpresa) un inedito look emo con tanto di frangettone; ma lungi dall'essere rammolliti basta l'attacco di "Invincible" per capire che i No Use For a Name hanno sempre la stessa carica e le possibilità scatenare il primo, vero, grande pogo della giornata, con relativo surfing a tutta forza. Si prosegue con "Dumb Reminders", il nuovo singolo "For Fiona", canzoni storiche come "On The Outside", "Soulmate" (il primo video hardcore melodico passato da MTV nel lontano 1995), la splendida "International You Day", "Friends Of Enemy", "Not Your Savior", "Chasing Rainbows" e chiudendo con "Justified Black Eye". Un gran bello spettacolo, movimentato e divertente, dettato da un'esperienza ormai decennale sui grandi palchi di tutto il mondo. L'audio è ancora discutibile ma l'euforia è alle stelle alla vista di Tony e soci, che fanno il loro lavoro maledettamente bene e lasciano tutti soddisfatti.

Juliette & The Licks, The Valentines, Stinking Polecats, Turbonegro
Il gruppo di Juliette Lewis (attrice di "Natural Born Killers" e "Dall'Alba Al Tramonto") non mi interessa affatto e mi gusto quindi le performance sul palco secondario di The Valentines e Stinking Polecats, che propongono il miglior punk rock di scuola Ramones suonato nel Bel Paese, e dei Turbonegro sul main stage, la quintessenza del rock ‘n' roll potente e trasgressivo, che ci danno dentro di brutto e conquistano anche chi non è un loro fan.

Pennywise
Se i No Use For a Name erano un pezzettino di storia ora entra in campo la storia vera e propria: i Pennywise. Saltati all'ultimo i Transplants di Tim Armstrong (Rancid) e Travis Barker (Blink 182) è il mitico gruppo di Jim Lindberg e Fletcher Dragge, padre del So-Cal punk, ad essere chiamato in causa. Visti e stravisti in Italia, copia di sé stessi da un buon decennio ormai, restano sempre dei mostri sacri capaci di tirar su concerti bomba. Ed infatti alla prima nota di "Fight Til You Die" si crea il più spaventoso ed esteso mucchione di pogo della prima giornata ed il sing along inizia ad innalzarsi fortissimo. Tra i grandi classici ("Society", "Straight Ahead", l'inno di tutti gli skater "Same Old Story" e la richiestissima "Fuck Authority", dove si arriva al degenero nel pit) e pezzi più moderni tratti dagli ultimi, un po' deludenti "From The Ashes" e "The Fuse", la loro oretta scorre in un fiume di adrenalina. Stranamente viene saltata la cover di "Stand By Me" di John Lennon, ormai immancabile ad ogni loro appuntamento. Precisione esemplare nelle mani dei Pennywise che, tra l'altro, nel bel mezzo del concerto aprono un discorso sulla delicata questione della chiusura del CBGB's (locale storico di New York), trovando il terreno migliore per introdurre la cover di "Blitzkrieg Bop" dei Ramones che fa esplodere tutto l'Idroscalo. Chiusura assegnata come al solito a "Bro Hymn Tribute", canzone dedicata all'ex bassista Jason Matthew Thirsk (scomparso suicida nei tempi antecedenti alla pubblicazione del loro capolavoro assoluto, "Full Circle") e cantata in coro praticamente da tutti i presenti. Ormai dinosauri ma sempre grandi. Dopo i Pennywise l'Idroscalo inizia a sfoltirsi, visto che la folla di punk rockers accorsa qui per loro non ha alcun interesse per il programma di fine serata.

Vanilla Sky
Cambio rapidamente palco e mi trovo giusto in tempo per i Vanilla Sky. Vengo colto dalla tristezza; tristezza nel vedere quella che fino ad un anno e mezzo fa era la band speranza italiana del pop punk si è trasformata nella band più ruffiana d'Italia. L'intervista demente a "Free Pass" (un programma per bambini trasmesso da It Channel, su Sky) prima di inizio concerto è la goccia che fa traboccare il vaso, dopo aver visto i componenti tirarsela per tutta la giornata avanti e indietro per l'Idroscalo. Gli Offspring-children, con tanto di parentado al seguito, accalcatisi poi in prima fila per loro mi fanno cadere nello sconforto più totale, aspettando di consolarmi con la musica che, almeno quella, rimane buona. I romani iniziano come al solito con "Your Words", seguita dalla splendida "Wasting All My Time", mantenendo un buon ritmo ma non mostrando segni di miglioramento rispetto ad un anno fa all'Independent Days di Bologna; Cisco, Vinx, Brian e Luketto rimangono ancora i ragazzini di un tempo, impacciati sul palco, e forse questo è anche un bene. Lo show è comunque divertente, favorito anche dalla più numerosa presenza di persone vista nella due giorni di festival al Rocksound stage (altro segno di quanto si stiano ingrandendo i Vanilla Sky). Si prosegue poi con "Xmas Girl", l'immancabile singolone "Distance" e la bella cover di Vanessa Carlton "A Thousand Miles". Viene proposto anche un pezzo inedito di cui ora non ricordo il titolo, ma che sono sicuro che se venisse presentato a TRL come "la nuova canzone degli eredi italiani dei Blink" porterebbe i Vanilla Sky al successo commerciale vero e proprio; ormai comunque è da aspettarselo. Spettacolo breve e decente comunque, tra un pogo allegro e surfate innocenti.

The Hives
Gli Hives sono fighissimi; lo si capisce già guardando i loro video e ci si convince completamente ad un loro concerto. Compatrioti dei Turbonegro, condividono con loro il rock ‘n' roll diretto e scoppiettante, pur essendone completamente agli antipodi come stile. Come da rigore, gli scandinavi si presentano nei loro elegantissimi completi bianchi e neri, con papillon e ghette ed un'enorme e bella scritta che campeggia dietro di loro. La voce di Howlin' Pelle Almqvist è stralunata, ma niente sembra essere più adatto alle loro canzoni. La loro forza sta proprio nella loro pazzia e sui singoloni che hanno sfondato su MTV nessuno riesce a non partecipare, anche semplicemente scuotendo la testa. Simpatici e bravi, mantengono un atteggiamento che più punk non si può sul palco e alla fine vincono perché questo è semplice, fottutissimo ma grande rock ‘n' roll, ed è questo l'importante.

Fonzie
Si cambia ancora palco e questa volta a richiamare a quello minore sono i portoghesi Fonzie, gruppazzo pop punk scoperto e lanciato anni or sono dai Millencolin grazie ad un concorso indetto proprio da Nikola Sarcevic che premiava la miglior cover della sua band. Concorso vinto appunto dai Fonzie. All'inizio i ragazzi possono contare tra il loro pubblico non più di 20 persone e forse per questo partono freddi, non si presentano neanche e attaccano il primo brano. Neanche il tempo di finirlo però e l'area del Rocksound Stage si riempie, ed i Fonzie si rianimano, alla grandissima. Iniziano a parlare e scherzare con i kids, a sfottere i loro famosi connazionali Rui Costa e Figo in italiano, e soprattutto iniziano a spaccare sul serio sul palco. Il pubblico inizia a divertirsi in un divertente pogo che si trasforma quasi sempre in circle pit, spassoso e abbastanza ben riuscito. Tra le canzoni di spicco certamente "Wake Up Call", "Sorry", "Elitist Girl", You Want" e la grande hit "Gotta Get Away", suonata come prevedibile in chiusura. I Fonzie si dimostrano dei veri mattatori e guadagnano senza dubbio la palma di migliore band della giornata, per simpatia e bravura. Ancor più che su disco dal vivo ricordano tantissimo i mitici Donots, ed anche dopo la performance si dimostrano ragazzi gentilissimi ed assolutamente con i piedi per terra.

The Offspring
Arriva finalmente il momento degli Offspring, e tutti i ragazzini iniziano ad avanzare. Non c'è molto da dire; gente professionista senza dubbio, che suona maledettamente bene (impressionante il nuovo batterista, un treno dietro le pelli) ma che innegabilmente ha fatto il suo tempo e ormai dà davvero l'impressione di tirare avanti solo per soldi. Dexter Holland e i suoi non si smuovono di un centimetro, non creano la minima interazione col pubblico e non danno il minimo sussulto alla propria esibizione; dopo aver visto le mirabolanti peripezie di Billie Joe dei Green Day sul palco è inevitabile pensarle queste cose. La scaletta non riserba sorprese: si parte con "Bad Habit" e si prosegue con i brani più famosi della carriera, estratti un po' da tutti gli album e suonati (come annunciato da loro stessi) tutti nella stessa tonalità. "All I Want", "Gone Away", "Want You Bad", "Have You Ever", "Staring At The Sun", "Come Out And Play", "Gotta Get Away", "Smash", "Why Don't You Get A Job", il nuovo singolo "Can't Repeat", "Longway Home", l'abominevole "Pretty Fly" ed una delle loro canzoni più belle, "The Kids Aren't Alright", a chiudere un concerto non certo memorabile, almeno per chi loro fan non è. Il pogo che si viene a creare è sicuramente il più morbido della giornata e le file arretrate sono disturbate dalla solita cricca di ubriachi molesti, un problema più che altro per i piccoli fan di mr. Holland. In ogni caso si chiude qui la prima giornata di festival, che non ha fatto registrare un numero di presenze da capogiro ma che lascia comunque tutti soddisfatti.



a cura di Joe

Giornata 2 (3 settembre)
PALCO PRINCIPALE: Ska-p + NOFX + Millencolin + My Chemical Romance + Me First And The Gimme Gimmes + Toy Dolls + The All-American Rejects + Triggerfinger
PALCO SECONDARIO: The Darkest Hour + The Mobile + Beecher + Elvis Jackson + No Relax + Frammenti + La Crisi + Me For Rent + Viboras

L'Idroscalo di Milano, costruito durante il ventennio dal Duce (e qui viene da domandarsi se gli Ska-p ne fossero a conoscenza) per dare refrigerio - e zanzare - ai milanesi durante le roventi estati, ospita, per il secondo giorno, la prima edizione del Rock In Idro, festival di due giornate con “la musica che piace a noi”.
All'arrivo la gente non sembra proprio straripante (più avanti non si riuscirà nemmeno a camminare sul prato), io comunque mi appresto ad entrare, solo che il tizio nel container, nel quale la temperatura probabilmente si aggirava attorno ai 72°c, mi dice che sono già entrato... La cosa mi suona strana e porgendogli il mio documento gli sibilo con fare disinvolto "non penso proprio"; lui gli dà un'occhiata poi guarda il nome in lista, poi il documento, poi la mia faccia e dice "aaahh... Con il tuo nome è entrato uno che diceva di aver lasciato il documento in macchina per paura del pogo... Vai pure". Ok, intanto voto 10 per la furbizia di lasciare il foglio con i nomi degli accreditati in bella vista e comunque chi è entrato senza pagare con questo trucchetto ha tutta la mia stima: sei un grande!



a cura di Alexis

Triggerfinger, Viboras, Me For Rent, Hormonauts
Sono i Triggerfinger ad aprire sul palco principale e nessuno sembra filarseli; i Viboras su quello secondario invece si dimostrano bravi e convincenti, la giusta risposta nostrana ai Distillers, più carismatici degli spenti Me For Rent. A seguire, i paladini del rockabilly tricolore Hormonauts tirano fuori il solito divertentissimo show a base di scatenato rock ‘n' roll, purtroppo (come altre volte) poco consono all'orario infame a cui sono assegnati.



a cura di Joe

The All-American Rejects
Giunge il momento del primo gruppone straniero: gli All-American Rejects salgono sul palco con passo deciso e sprizzanti di gioia: subito spicca la canotta rossa, molto vintage a dire il vero, del cantante Tyson Ritter (per la cronaca, fidanzato della super top model Kim Smith), ma comunque i quattro subito attaccano con "One More Sad Song", tratta dal primo album omonimo del 2001. Il pubblico li accoglie un po' freddamente, a dispetto dell'alta temperatura, complice forse l'iniziale menefreghismo generale, ma i ragazzi non si lasciano abbattere ed esaltatissimi attaccano con "Dirty Little Thing", l'ultimo singolo, accompagnato da qualche timido coro. Tutta l'esibizione è caratterizzata da almeno tre costanti: i frequentissimi cambi di chitarre (tutte uguali tra l'altro) del chitarrista Nick Wheeler, il frenetico lancio del plettro alla fine di ogni assolo da parte dello stesso ed il continuo movimento dell'altro chitarrista, Mike Kennerty.
Questi fattori, oltre ad un discreto dialogo con il pubblico da parte di Ritter hanno trasformato questa seconda esibizione in Italia degli All-American Rejects (non la prima, come da loro stessi affermato sul palco: in Italia ci sono infatti già stati due anni fa all'Independent Days) in un successo insperato, dove il pubblico divertito dalla situazione e dal comportamento dei membri del gruppo, ed accattivato dalle melodie estremamente orecchiabili della band, si è messo a cantare e ballare. Pezzi più conosciuti come "Swing Swing Swing", "My Paper Heart" e qualche brano dell'ultimo lavoro sono state scelte sicuramente azzeccate ma la ciliegina sulla torta è arrivata quando Kennerty all'ultimo pezzo, propriamente intitolato "The Last Song", è sceso dal palco e scavalcando le transenne si è messo a pogare con il pubblico con una meritata espressione di soddisfazione e divertimento stampata sul volto.

Funeral For a Friend E' stata una sorpresa vedere il cantante Matthew Davies con i capelli quasi rasati e la barba, quasi a voler evidenziare il cambiamento di rotta della sua band verso nuovi orizzonti musicali ed a sottolineare che l'abbandono per gran parte dello screamo melodico nel loro ultimo lavoro non è stato un incidente di percorso, ma una scelta dettata da una crescita professionale e personale. Sul palco i gallesi si comportano come da loro stile: non esagitati, ma piuttosto impegnati a riprodurre i pezzi in modo fedele ed a far divertire il pubblico con una potenza notevole sprigionata da un muro di amplificatori sistemati sul palco ai lati della batteria, oltre che dai numerosi amplificatori del palco. Davies è in palla e come al suo solito non sbaglia nulla ,se non un lancio del microfono troppo spostato che non gli permette di riprendere al volo lo stesso e gli fa saltare una strofa… Sulle sue labbra si sono letti un paio di "fuck" ma niente più.
Il pubblico si diverte ed è subito chiaro a tutti che sarebbe stato meglio sistemarli in un punto più alto della scaletta, ma d'altronde sono stati gli ultimi (ed a sorpresa) ad essere arruolati per il festival, quando gli orari delle altre band erano già ben definiti. "Roses For The Dead", "Streetcar", "End Of Nothing" del nuovo album e "She Drove Me To Daytime TV", "Red Is The New Black", e per finire la superlativa "Escape Artists Never Die" pescate dalle due precedenti produzioni, vengono eseguite tutte impeccabilmente rendendo memorabile questa seconda apparizione dei Funeral For a Friend in Italia.

Toy Dolls
Vestiti in modo improbabile, i Toy Dolls si presentano sul palco con una cravattina elastica multicolore e delle camicie sbracciate nere, e si esibiscono senza letteralmente mai perdere il solare sorriso dal volto. Eseguono molti pezzi pescati dalla chilometrica discografia (che inizia nel 1981!), proponendo anche diverse cover, come quella di "The Final Countdown", con la quale si apre l'esibizione. Proprio quando ci si stava per convincere che i Toy Dolls sanno suonare pochi accordi ma bene, Michael "Olga" Algar si getta come imbizzarito in una serie di riff ad alto voltaggio che, accompagnati dalla sua ruvida voce con accento tipicamente inglese, conquistano tutti con la loro musicalità punk misto - in qualche modo - blues. Ad un tratto cominciano a spogliarsi e continuano a suonare a torso nudo regalando uno spettacolo che probabilmente molti si sarebbero volentieri risparmiati; la gente canta i cori e tiene il ritmo sulle battute dell'instancabile batterista, che sembra più una guardia del corpo dietro ai suoi occhiali neri e che non si scompone mai. Quando sembra che la situazione sia in qualche modo stazionaria, "Olga", cantante ed abile chitarrista, annuncia una cover di un pezzo di un "tale" Bach, che esegue con la sua distorsione limpida in modo preciso e veloce, facendo davvero riflettere su come sarebbe l'intera musica classica suonata così... Probabilmente stancherebbe subito, ma un singolo pezzo è stato veramente esaltante.

Me First And The Gimme Gimmes
Sono vestiti tutti allo stesso modo (fatta eccezione per i colori) i Me First And The Gimme Gimmes, con giacche a rombi e gli strumenti a corda nella tipiche vesti di chitarre tradizional-futuristiche; il cantante Spike Slawson apre l'esibizione con un breve discorso in uno stentato quanto apprezzato italiano, e poi giù a capofitto nelle cover di pezzi famosi, delle quali il quintetto americano si occupa esclusivamente: "Country Road", "Somewhere Over The Rainbow", "I Believe I Can Fly" sono pezzi che tutti cantano a squarcia gola, e poi ancora "Blowing In The Wind", "Rocketman"… I Me First And The Gimme Gimmes sono i primi ad attirare una più che notevole mole di pubblico in questa seconda giornata, ma d'altronde i gruppi esibitisi in precedenza non potevano vantare nella formazione personalità come Fat Mike (NOFX), Joey Cape (Lagwagon), Chris Shiflett (ex No Use For a Name, ora Foo Fighters) e Dave Raun (Lagwagon). Tutti (fan dei Me First And The Gimme Gimmes, dei NOFX, curiosi ed "appassionati" di cover punk rock), si sono avvicinati a frotte durante il cambio di strumenti sul palco. Verso la fine dell'esibizione Slawson ha persino imbracciato un mandolino con il quale, da solo, mentre Fat Mike e Joey Cape si bevevano una birra seduti su di un ampli spia, ha cantato e suonato un pezzo napoletano, esaurendo poi il tempo a sua disposizione con l'attesissima cover di "O Sole Mio", che i cinque hanno eseguito perfettamente accompagnati dall'intero pubblico.

My Chemical Romance
Tutti vestiti più o meno normali tranne il cantante Gerard Way, che indossa un attillato completo nero e fin dal primo minuto si lancia in una provocante pantomima simil-omosessuale, forse anche un po'irritante oltre una certa misura, e si diverte a scuotere il pubblico mandando tutti ripetutamente a quel paese e mostrando il dito medio da tutte le angolazioni, con il pubblico che sta al gioco nonostante qualche grido di disapprovazione, i My Chemical Romance si lanciano in quest'atmosfera "surriscaldata" sparando subito i singoli "I'm Not Ok (I Promise)" ed "Helena"; a questo punto il pubblico è pronto a subire altre umiliazioni pur di proseguire con l'esaltante e dissacrante (diversi segni della croce sono stati fatti in modo blasfemo) esibizione che vede, anzi, sente la voce di Way in grande spolvero, come tutto il gruppo del resto, che riesce a trasmettere molta energia ed una discreta potenza.

Millencolin
Subito dopo il cambio strumentazione, prima dell'entrata in scena degli svedesi Millencolin, arriva sul palco una ragazza (s)vestita con un costume da spettacolino sexy d'altri tempi, che comincia a muoversi sinuosamente sul palco e si comincia a togliere i guantini neri che lancia sul pubblico; poi è la volta del corsetto, che però non ne vuole sapere di slacciarsi, visto che stava comprimendo all'inverosimile i fianchi della non proprio snella ragazza… Dopo 30 secondi d'imbarazzo puro finalmente il corsetto però se ne va (e proprio in quel momento mi chiama la mia ragazza... Intuito femminile o sfiga?), e quindi la tipa può finire la stentata esibizione seminuda coprendosi con un cartello con su scritto “Millencolin”.
Millencolin che sembrano proprio in palla, con il pubblico che va subito in delirio, e poga con una violenza fino a quel momento mai vista; "Fox", l'ultimo singolo "Ray" e "Kemp" infiammano letteralmente gli animi e l'esibizione sembra molto buona, anche se Nikola Sarcevic, mai molto loquace comunque, e Mathias Färm sembrano come arrabbiati; il chitarrista Erik Ohlsson invece è quasi l'unico che dialoga con il pubblico, apparendo più rilassato. Si muovono senza sosta e Nikola pratica anche l'immancabile "marcetta sul posto", muovendo ritmicamente le gambe mentre suona e canta, cambiando con la voce l'intonazione di qualche finale di strofa.
Alla fine gli svedesi se ne vanno, ma lasciano gli strumenti fischianti appoggiati, e questo fa subito intuire, e richiedere a gran voce, un bis: ecco allora "No Cigar" ed un altro pezzo cantato interamente da Mathias, prima dell'arrivederci definitivo.

NOFX
Nel lasso di tempo prima dei NOFX si è potuto assistere ad una migrazione di pubblico da ogni dove nel parco verso il palco, ed automaticamente la prima fila si fa praticamente irraggiungibile, specialmente per chi ha ballato e pogato gran parte delle 7 ore di concerto sin qui passate.
I NOFX partono con una cover di "No Woman, No Cry" di Bob Marley e subito cominciano un fitto dialogo con il pubblico, che si protrae tutto il tempo che rimangono sul palco e riguarda principalmente quanto loro amino l'Italia, argomento sostenuto a dire il vero con molta ironia e rimarcato con un breve e divertente pezzo dedicato al nostro Paese (che sicuramente adattano ed eseguono anche negli altri); l'altro argomento di discussione, manco a dirlo, è "Mr. Bush", che viene ripetutamente preso in giro, anche con la semplicissima canzone "Idiot Son Of An Asshole", che comunque tutti cantano. Brani come "War On Erronism", "Don't Call Me White", "Stickin' In My Eye" e "Bottles To The Ground" provano che i NOFX, come anche molte delle precedenti formazioni, optano per una scaletta di canzoni per lo più vecchie o comunque conosciute. Eric Melvin si muove molto, ma i quattro non sembrano comunque proprio dell'umore adatto per l'occasione, lasciando trasparire un po'di acidità anche quando parlano. Forse questo può comunque essere spiegato dalla recente notizia dell'imminente e frettoloso rientro a casa di Fat Mike (che ha cancellato parte del tour europeo dei Me First & The Gimme Gimmes) per stare vicino ad un parente gravemente malato.

The Darkest Hour
Subito dopo i NOFX mi precipito all'altro palco per vedere e sentire i Darkest Hour e li colgo nel mezzo di uno dei loro tiratissimi pezzi, eseguiti veramente bene, anche visto il tasso tecnico delle loro canzoni. Ad un certo punto salgono sul palco due ragazze vestite con dei costumini neri attillati che cominciano a ballare come delle anguille (già mi aspetto un'altra telefonata dalla mia lei...) ed "infastidiscono" i lanciatissimi Darkest Hour, che comunque non si scompongono più di tanto e non sbagliano una nota, specialmente Mike, che esegue i suoi assoli concentratissimo e cerca di non guardare le ragazze coperto dai suoi capelli neri lunghissimi.

Ska-p
E' il loro turno, è il loro momento, e, contrariamente alle previsioni, secondo le quali molta gente dopo i NOFX se ne sarebbe andata, in moltissimi sono rimasti per salutare la band spagnola al suo ultimo concerto in Italia prima dell'imminente ritiro a fine tour. Il pubblico invece, anche spronato dagli espertissimi artisti, ha creato una cornice perfetta per l'evento con un continuo movimento di mani, balli, applausi e cori spontanei. Unica pecca, certamente non imputabile agli Ska-p, una pioggia di discreta intensità che ha sfidato prolungatamente il pubblico prima di aver capito di essere stata sconfitta; infatti il pubblico non è diminuito sotto al palco, se non in minima parte, ed ha continuato imperterrito e galvanizzato dalla precipitazione che ha fornito ampio refrigerio dopo la giornata caldissima. La loro è un'esibizione quasi impeccabile, se non per un paio passaggi di chitarra un po' troppo sporchi, ma in maniera lievissima; gli spagnoli pescano pezzi qua e là dalla loro abbondante discografia.
Finale molto sentito sia dagli Ska-p che dal pubblico consapevole, lasciando per un momento da parte i gusti personali, di assistere ad una delle ultime esibizioni di un gruppo che ha fatto la storia dello ska/punk spagnolo ed europeo, sempre coerente nelle sue battaglie politiche e non (anche qui lasciando da parte i gusti...) ed oggettivamente professionale nei suoi lavori. I componenti della band (PulPul, Joxemi, Julio, Luisimi, Kogote ed il pazzo Pipi) alla fine non se la piantano di uscire e rientrare dal palco concedendo diversi bis, spogliandosi, mostrando il “di dietro” di un trombettista in kilt da non meno di 200 kg che parla come un pappagallo (che forse si era mangiato poco prima e gli era rimasto tra i denti), continuando a gridare “rrrrrresisteeeeeeemooooooooooo” e quindi ricominciando la parte conclusiva del "Vals Del Obrero".

Il Rock In Idro si è quindi dimostrato un festival riuscitissimo, nel quale i tecnici del palco non hanno mai sgarrato più di due minuti nel cambiare strumentazione ed al quale hanno assistito migliaia di giovani, che sicuramente si sono divertiti. Notevoli anche gli stand interni al parco che vendevano magliette e CD (anche se i prezzi di questi ultimi spesso erano tutt'altro che popolari), e divertente anche la zona skate, anche se la zona destinata alle BMX è rimasta inspiegabilmente inutilizzata. Unica pecca dell'organizzazione, l'aver spruzzato le prime file con gli idranti una sola volta (o al massimo due) in tutta la giornata, lasciando quindi i ragazzi, è proprio il caso di dirlo, in un pogo veramente rovente.



a cura di Alexis