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Data:
7 settembre 2003
Luogo:
Arena Parco Nord - Bologna
Prezzo del biglietto:
€ 25,00

Independent Day Festival 2003

Palco principale:
Rancid + The Cramps + The Mars Volta + Radio Birdman + Nashville Pussy + Lagwagon + AFI + Alkaline Trio + The Ataris + Mad Caddies + Fratelli Di Soledad + Mad Caddies + Thrice + Hormonauts + Los Fastidios

Palco secondario:
ILCK + The Bigoz Quartet + All American Rejects + Punx Crew + Peawees + Forty Winks + Motorama + Thee STP + Kim's Teddy Bears

L'estate volge al termine e come di consueto da ormai qualche anno arriva l'ora dell'Independent, il più importante festival punk rock italiano, quest'anno dedicato a Joe Strummer, mitico frontman dei Clash scomparso lo scorso dicembre; due i palchi su cui le band si esibiranno: quello principale è situato all'aperto nell'arena, mentre quello secondario si trova a qualche centinaio di metri dal primo allestito all'interno di un tendone.

Los Fastidios - palco principale
Il primo gruppo della giornata, i Los Fastidios, sale sul palco poco prima delle 11:30: la gente ancora non è (relativamente) tantissima, ma comunque un buon numero contando che è domenica mattina… La storica oi! punk rock band italiana nonché una delle più importanti a livello europeo capitanata da Enrico sfoggia una formazione rinnovata per buona parte, che suona insieme dalla primavera scorsa, poco dopo che parte dei componenti degli Inerdzia che suonavano nei Los Fastidios da quando Sebi e Mendez dei Derozer se n'erano andati sono tornati a dedicarsi unicamente al loro gruppo originario. I Los Fastidios se la cavano bene dal vivo, riuscendo ad intrattenere il pubblico con i loro slogan tipici dell'oi! e con le loro buone idee anche a sostegno dei diritti degli animali, come dimostrano in "Animal Liberation": il gruppo pesca gran parte dei più grandi successi del suo repertorio, dalla datata e inno della band "Birra, Oi! E Divertimento", fino alle più recenti "S-H-A-R-P", "Vecchio Skinhead" e "Spazi Di Libertà". Ma il tempo a disposizione è poco, dato che dopo una ventina di minuti sono costretti a cedere il passo agli Hormonauts.

Hormonauts - palco principale
Gli Hormonauts salgono sul palco con tanto di tute argentate stile cosmonauta, e non deve fare tanto fresco lì dentro visto che, anche se la temperatura non è di quelle di luglio e agosto, il caldo del mezzogiorno odierno è comunque abbastanza intenso: il sole è piuttosto timido ed a volte si nasconde dietro le nuvole, ma quando esce è comunque piuttosto "bollente" sulle teste degli spettatori; ed il fatto che le tute non sono climatizzate viene dimostrato dal batterista, che in breve si toglie il pezzo sopra rimanendo a dorso nudo. Oltre alle tute c'è però qualcos'altro di strano sul palco durante l'esibizione di questa band sotto contratto con Ammonia Records: un contrabbasso, uno di quelli in legno alti più o meno come chi li suona. Evidentemente questo trio ha preferito uno strumento "classico" ad un basso elettrico tradizionale, ma la differenza non è poi così tanta dal punto di vista del suono prodotto. Questa band propone un psycho-billy che entra spesso anche nel rock 'n' roll più classico, e riesce con la ventina di minuti a sua disposizione a fare la gente con le sue melodie orecchiabili e spesso retrò.

Thrice - palco principale Tocca poi ai Thrice, che hanno già suonato su questo stesso palco tre mesi fa come parte del Deconstruction Tour: nel frattempo è uscito il loro album d'esordio su major, "The Artist In The Ambulance", che sta riscuotendo un ottimo successo… e si vede, dato che rispetto a giugno molta più gente (non solo perché ci sono più persone nell'arena) si accalca sotto al palco e conosce i loro brani. La regolazione dei suoni non è impeccabile, ma ciò non impedisce a questa screamo band californiana di fare la sua bella figura, anche se l'altra volta (la loro prima in Europa) erano sembrati forse un po' più tonici: Teppei si riconferma un eccellente chitarrista, ma si muove meno rispetto a giugno, ed anche la voce di Dustin ed i cori di Ed (fratello del batterista, tra l'altro) sembrano meno possenti, ma comunque di forte impatto. I Thrice suonano tutte le canzoni più conosciute del loro passato, ed anche qualche novità tratta dal nuovo disco: ma anche il tempo per loro è scarso, ed in breve lasciano il posto ai Fratelli Di Soledad.

Fratelli Di Soledad - palco principale
I Fratelli Di Soledad suonano un genere tipo folkloristico, un po' sul genere dei Modena City Ramblers… non c'entrano molto con la scena punk e dintorni (alla quale l'Independent di quest'anno è orientato in gran parte), ma parecchia gente sembra comunque apprezzarli e conoscere i loro pezzi: tra l'altro, con loro è iniziata anche la trafila di band un po' più importanti, che hanno a loro disposizione mezz'oretta e qualcosa in più. I loro testi sembrano comunque essere a tratti piuttosto vicini a generi come punk rock ed anche oi!, essendo spesso anti-governo ed anti-sistema.

Mad Caddies - palco principale
Ecco di nuovo in Italia i Mad Caddies, dopo che erano passati nello stivale già in primavera in promozione del loro ultimo CD "Just One More" uscito per Fat Wreck Chords. La band californiana propone il suo solito ska-core ultimamente sempre meno "core" e più ska (e reggae anche), eseguendo i loro pezzi più famosi tratti dai loro primi lavori e quelli ancora un po' meno conosciuti del loro nuovo album. Come per tutte le band dotate di fiati, vedere tromba e trombone sul palco fa sempre un bell'effetto e diverte il pubblico, anche se in questo caso magari non c'è un gran movimento da parte degli artisti: l'unico che si muove un po' è Chuck, il cantante, che tra l'altro sembra ingrassare perennemente ormai da qualche tempo a questa parte. Sempre belle ed eseguite bene anche dal vivo comunque le canzoni dei Mad Caddies, sempre capaci di fare divertire la gente con le loro melodie.

The Ataris - palco principale
Prima volta in Italia per gli Ataris dopo essersi trasformati in delle sorta di rock stars… Forti del contratto con la major Columbia Records (Sony), c'entrano ormai magari poco con l'Independent dal punto di vista formale, ma comunque il loro pubblico (ed anche il loro atteggiamento comunque) è pur sempre fortemente radicato nella scena punk (ed emo). Per la prima volta in Italia dopo il rilascio del loro ultimo album "So Long, Astoria" (erano passati poco prima della sua uscita), anche gli Ataris sembrano avere allargato ulteriormente la loro base di fans, peraltro già ben fornita da qualche tempo, visto che una numerosa folla accorre sotto al palco quando iniziano i primi accordi di "Unopened Letter To The World", inclusa nell'ultimo album. La band capitanata da Kris Roe propone come tutte pezzi classici del suo repertorio, come "Summer Wind Was Always Our Song" e "Make It Last", alternandoli a brani tratti dall'ultimo lavoro, come "In This Diary" e "The Boys Of Summer", interpretate dalla sempre perfetta e gradevole voce del suo leader. Oggi molto in evidenza anche Chris Knapp, il batterista, che in passato era sembrato un po' statico ed impacciato (pur eseguendo sempre bene il suo lavoro) ma che oggi, forse aiutato anche dalle caratteristiche dei nuovi brani, tendenti al rock con qualche sprazzo emo, ha ben impressionato facendo valere il suo pedale. Una quarantina di minuti di Ataris, e poi Alkaline Trio.

Alkaline Trio - palco principale
Il trio sotto Vagrant Records sale sul palco bene abbigliato: il pelato bassista e cantante Dan Andriano indossa dei fini occhiali da sole, giacchetta in velluto (o simile) con cravattino rosso, pantaloni lunghi neri e scarpettine lucide; il chitarrista e cantante Matt Skiba opta invece per una più sobria camicetta grigio fumo chiusa fino all'ultimo bottone, pantaloni neri con strisce bianche stile gangster, e stracca del suo strumento leopardata, mentre il batterista (il suo ruolo notoriamente richiede maggiore movimento) Derek Grant, ex Suicide Machines, preferisce una più fresca ma sempre elegante maglietta nera aderente. Dire che gli Alkaline Trio sul palco sono statici è un po' riduttivo: probabilmente sia Dan che Matt saliti sul palco hanno piazzato i loro piedi in un punto davanti ai loro microfoni e li hanno smossi solo dopo tre quarti d'ora buona, quando la loro esibizione è finita… ma il loro genere non è di quelli che incita molto al movimento (vestiti così avranno anche avuto un po' di caldo poi), soprattutto parlando dei brani del loro ultimo full-length "Good Mourning". Entrambi sono comunque degli ottimi cantanti, ed alcune loro linee vocali risultano a volte anche fenomenali, aiutate anche dalla bella voce di entrambi. Le canzoni di repertorio sono un po' più movimentate, ma questo non basta per smuovere gli inamovibili frontman del gruppo. Belli da ascoltare su CD, piacevoli dal vivo, ma non da scatenarsi in pista.

AFI - palco principale
Anche gli AFI tornano in Italia col nuovo status di mezze rock star: la loro ultima fatica "Sing The Sorrow" è già disco d'oro da un po', ed ora si apprestano per la prima volta dopo tre anni a presentarsi dal vivo al pubblico italiano.
Gli AFI sono anche il primo gruppo della giornata che si fa attendere un po', facendo però in questo modo fermentare la voglia di vederli scatenarsi sul palco. Ad un certo parte la musica quasi satanica o quantomeno inquietante (ma grandiosa) che apre anche il loro ultimo disco… tutti i musicisti salgono sul palco, Davey è l'ultimo: capelli neri lunghi e sciolti, make-up da fare invidia a quello di Christina Aguilera nel video di "Moulin Rouge", maglietta smanicata violetto e braccia completamente tatuate, questo lo scenario che si para davanti ai tanti accorsi nelle vicinanze del palco. Poi inizia a cantare, e la sua particolarissima voce sembra meno potente di quello che è su CD (colpa anche della regolazione dei suoni, forse), ma comunque coinvolgente e trascinante; i suoi atteggiamenti sono un po' emuli di quelli di Marilyn Manson (non strappa la Bibbia però): si gira di schiena a braccia aperte in piedi sul mini-palco della batteria scuotendo freneticamente una gamba a ritmo di musica, fa piroette lasciando il microfono in volo e riprendendolo di scatto dopo un giro su sé stesso, sale prima addirittura per qualche metro sull'impalcatura che sostiene lo scenario dell'Independent e poi si lancia in mezzo al pubblico cantando al di sopra di esso tenuto in piedi per le gambe dalla folla… un vero "animale da palco", non riesce a stare fermo distribuendo in questo modo un bel po' di energia a tutti, dopo il sonno accumulato con gli Alkaline Trio.
Verso la fine arriva anche l'attesissima "Death Of Seasons", la traccia più violenta dell'ultimo disco caratterizzata da un pezzo techno di dieci secondi nel mezzo, rendendo così felici sia i fan degli AFI ultima maniera, che quelli vecchio stile (anche in questo caso numerosi i pezzi più datati).

Lagwagon - palco principale
Prima del concerto, durante gli ultimi preparativi, forse facendolo apposta Chris Flippin e Joey Cape si mettono vicini in piedi nel centro del palco scambiando qualche parola con i ragazzi nelle prime file. Niente di particolarmente strano, se non fosse che il dislivello di altezza tra i due è sconvolgente, sono l'articolo "il" della scena punk: Joey sarà poco più di un metro e sessanta, mentre Chris se non arriva ai due metri poco ci manca (Joey gli arriva poco sopra ai capezzoli!). Comunque a parte questa divertente notazione, che non può passare inosservata anche quando i Lagwagon iniziano a suonare ed agitarsi, la band di Goleta (Santa Barbara, California) torna in Italia dopo parecchi anni di assenza, portando con sé il suo nuovo album "Blaze" ed un nuovo suono sempre in stile Lagwagon ma con qualche sostanziale differenza: il tasso tecnico che la band mostra è sempre in aumento, ma i tempi sono un po' calati, puntando a quelli più blandi dell'altro progetto di Joey Cape, i Bad Astronaut. Per il resto i soliti Lagwagon, bravi anche a fare sembrare il palco pieno nonostante Joey da lontano possa sembrare un bambino…

Nashville Pussy - palco principale
Tocca poi ai Nashville Pussy, quartetto di grezzo punk rock formato da due uomini, il batterista ed il cantante (quest'ultimo è lo stereotipo del camionista, con bandana in testa, barba lunga, basso e grasso), e due donne, rispettivamente agli strumenti a corde, conosciute più che altro per i loro streap-tease sul palco, che una delle due dopo una mezz'oretta inizia ad accennare, rimanendo in reggiseno che però sembra starle stretto… Ma intanto le esibizioni nell'altro palco alla Tenda Estragon sono iniziate, ed è l'ora dei Forty Winks, grande gruppo della Wynona Records piuttosto conosciuto anche in America e dedito a suoni pop punk…


Forty Winks - palco secondario
Bolognesi di nascita ma sicuramente californiani nel sangue, i Forty Winks sono il primo gruppo del palco secondario che ascoltiamo: la qualità dell'audio è del tutto differente rispetto all'acustica dell'Arena Parco Nord, e sinceramente un luogo più tranquillo e meno caotico era ciò che serviva alle nostre orecchie abituate all'inevitabile dispersione sonora del palco principale. I Forty Winks sono tra i gruppi italiani più apprezzati all'estero, grazie anche al loro sound decisamente d'oltreoceano, e allo stesso tempo tra i più sottovalutati in patria, per via di quel dilagante fenomeno tutto italiano che spinge a non tenere in considerazione le band più tecniche e "preparate". Questi ragazzi, tempestivamente messi sotto contratto dalla Wynona Records dopo l'addio all'Agitato, non hanno nulla da invidiare a nessuno, nè in Italia nè da nessuna parte: pronuncia impeccabile, melodie fresche e non troppo sfruttate, ritmi e chitarre che spaziano dall'hardcore melodico al pop punk (orizzonte verso il quale sembrano orientarsi). Rimane da chiedersi per quale motivo gruppi come questo si siano dovuti accontentare del palco secondario, dato che tra A.F.I., Lagwagon e Ataris non avrebbero sfigurato di certo, e anche la nostra scena avrebbe potuto farci una bella figura.

Peawees - palco secondario
I Peawees portano invece altre influenze rispetto a tutte le band fin qui ascoltate, unendo al punk più spensierato e mai "asfissiante" melodie decisamente rock'n'roll, formando quell'ibrido chiamato "punk'n'roll" di cui Swingin' Utters e The Hives sono i principali portavoce. Originali, diretti e senza troppe pretese tecniche, i Peawees raccolgono una buona folla danzante sotto al palco, anche se in fin dei conti scorrono un po' più impalpabili e anonimi di chi li ha preceduti e di chi li seguirà, penalizzati probabilmente da una presenza scenica quasi nulla e sicuramente poco curata. Insomma, vanno presi per una band che non vuole insegnare nulla e che vuole solo offrire 25-30 minuti di melodie d'altri tempi e chitarre graffianti, proponendo un genere non facile da suonare anche per la paura fondata di creare melodie già vecchie e di diventare ripetitivi e banali dopo qualche pezzo, portando con sè uno stile che in Italia non ha ancora preso piede e che ha pochi portavoce oltre ai Peawees stessi.

Punx Crew - palco secondario
Tocca poi alla Punx Crew, una sorta di quelli di "We Are The World" del punk italiano, in cui suonano tantissimi volti conosciuti della scena italiana, sia uomini che donne, che si alternano ad ogni canzone sul palco per interpretare le parti vocali dei brani. Si inizia con Jim dei Marsh Mallows e Lore dei Suneatshours a dividersi il cantato nella prima canzone, al quale si avvicenda poi tra gli altri nei pezzi successivi anche Elena degli Inerdzia. La Punx Crew suona qualcosa di molto piacevole, che a grandi linee si potrebbe definire punk rock all'italiana con qualche influenza californiana, con ritmi veloci e pressanti e potenti melodie fornite dalle spesso numerose voci, senza tralasciare la tanta carica che riescono ad inculcare. Un progetto nato quindi principalmente dall'amicizia per divertimento, ma dalla "creme de la creme" dell'estro punk italiano non può che nascere qualcosa di veramente apprezzabile: tutti molto bravi infatti, coinvolgenti ma soprattutto divertenti, ed il tutto viene incorniciato da una cover in versione punk (forse poteva essere evitata però) della celebre filastrocca per bambini "Giro Giro Tondo".

All American Rejects - palco secondario
C'è grande curiosità per questo gruppo da noi praticamente sconosciuto ma piuttosto celebre negli Stati Uniti: si nota subito l'acconciatura e l'abbigliamento emo/pop punk dei quattro ragazzi, giovanissimi tra l'altro, e si capisce già che genere di musica aspettarsi… ed infatti le previsioni non si dimostrano errate, visto che questo combo propone un pop punk alla New Found Glory condito di frequente, anche dal vivo, con intrusioni di tastiere (non c'è il tastierista però) alla Reunion Show e ritmi di batteria elettronica. Molto bravo questo gruppo, capace anche di suonare bene e tenere il palco, dimostrando di meritare il crescente successo che sta ottenendo… ma forse proprio questo successo ha fatto perdere un po' la testa a dei ragazzi così giovani, e soprattutto dei due chitarristi, che sul palco compiono atteggiamenti che possono risultare antipatici: il primo continua a sputare sul pubblico (pienamente fuori luogo, non siamo nel '77 o ad un concerto hardcore!), mentre l'altro continua senza sosta a buttare per terra apposta l'asta del microfono che usa per fare i cori costringendo i tecnici a "servirlo" rimettendoglielo sempre a posto. Dal punto di vista musicale nulla da eccepire però, perché sanno suonare, sanno comporre e riescono con le loro melodie "mielose" fin troppo estreme (nel senso buono) a creare delle piacevoli canzoni. Purtroppo però ormai la gente ha cominciato a tornare all'arena per paura di perdersi i Rancid (ma stanno ancora suonando i Cramps), e pertanto questo quartetto americano è costretto a continuare la sua esibizione con la folla che continua perennemente a scemare, fino a lasciare in breve solo poche file di gente sotto al palco.

The Bigoz Quartet - palco secondario
Non c'è praticamente nessuno a vedere questo gruppo della Nh-N, ma non sanno cosa si perdono: già visti al Deconstruction, sono sicuramente uno dei migliori gruppi italiani ed hanno sfornato un album che sarebbe capace di contrastare quelli delle grandi band del genere se solo la Nh-N avesse la metà delle capacità di promozione (ed economiche quindi) della californiana Drive-Thru, etichetta leader nel settore. I Bigoz Quartet suonano infatti un emo vivace dal suono sempre pieno che lascia molto spazio alle melodie vocali dei due cantanti, entrambi parecchio dotati a livello di ugola. Ma questo gruppo è bravo soprattutto a non rinchiudersi in un solo tipo di musica, riuscendo a rendere molto vario il proprio suono senza così sembrare ripetitivi: a volte tirano fuori infatti delle canzoni un po' più pacate di quelle alla Hot Water Music, a volte… difficile trovare un gruppo di paragone per i Bigoz Quartet che, pur non suonando nulla di particolarmente strano, riescono ad essere molto originali senza essere cloni di nessuno. Molti dei pochi rimasti presto lasciano però la Tenda Estragon prima della fine della loro esibizione, perché sono ormai passate le dieci e mezza ed i Rancid sono perciò in procinto di aprire l'ultimo capitolo della giornata. Si torna quindi all'Arena, al palco principale, dove nel frattempo dopo i Nashville Pussy hanno suonato band storiche come i Radio Birdman ed i Cramps, intervallati dai "nuovi che avanzano" Mars Volta, nati da una costola degli At The Drive In.


Rancid - palco principale
Dopo circa undici ore e mezza che la prima nota dell'Independent è stata suonata dai Los Fastidios ecco salire sul palco gli headliner della giornata, gli attesissimi Rancid, che sono davvero tanti anni che non vengono in Italia (l'ultima volta ancora negli anni '90), e solo a giudicare dalle magliette una grande fetta della gente è qui per loro… evidentemente non sono molti quelli che li hanno abbandonati solo perché hanno un mezzo contratto con una major (la Warner) e si sono così un po' buttati nella mischia delle rock star da loro in passato tanto odiate.
Tim sale sul palco come quasi sempre a petto nudo e con un cappello in testa, mentre Lars per l'occasione si è tinto i capelli di biondo… I Rancid attaccano con il loro cavallo di battaglia, "Ruby Soho", per poi proseguire con un altro brano di "…And Out Come The Wolves" di poco meno famoso, "Roots Radicals". Non è che la band tenga il palco in modo eccezionale, ma l'emozione per molti è comunque tanta solo perché i Rancid stanno suonando a poche decine di metri da noi, e ad ogni modo lo stanno facendo in maniera esemplare.
A metà spettacolo Lars viene lasciato da solo sul palco per interpretare solo con la sua chitarra il brano "To Have And To Have Not" tratto dal suo album con i Bastards, inizialmente dedicato al suo scomparso fratello ma per oggi a Joe Strummer. Tim, Brett e Matt tornano poi accanto a Lars per suonare ancora qualche canzone, ma dopo una quarantina di minuti dall'inizio smettono di suonare fingendo di avere finito, lasciando anche il palco, evidente sperando di essere acclamati per il rientro a gran voce (questo un po' rock star è)… fatto sta che ciò non accade (forse perché il pubblico pensava davvero fosse finita la loro esibizione?), e la storica band è costretta a riprendere gli strumenti in mano ricominciando a suonare domandando alla gente un molto meno trionfale "Do you want something more?". All'appello mancava ancora "Time Bomb": impossibile andare a vedere i Rancid e non sentire quella canzone. Ancora un paio di brani intonati dalle rudi voci di Lars e Tim, e poi l'Independent se ne va anche per quest'anno.



a cura di Giamma e Carlo


Thrice






Mad Caddies





The Ataris







Alkaline Trio





AFI







Lagwagon



Folla durante i Lagwagon





All American Rejects



Rancid