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Data:
1 giugno 2004
Luogo:
Mazda Palace - Milano
Prezzo del biglietto:
€ 25,00

Deconstruction Tour 2004

Pennywise + Lagwagon + Anti-Flag + Pulley + Slackers + Strike Anywhere + Beatsteaks + MxPx + Yellowcard + The Movement + 1208 + Minnie's

Minnie's
L'apertura dei cancelli è fissata per le ore 13:00, poi una serie di disguidi all'entrata fanno slittare l'ingresso del sottoscritto ad un'ora e mezzo più tardi, giusto in tempo per sedersi sugli scomodi sedili del semivuoto palazzetto ed assistere all'entrata in scena dell'unico gruppo italiano in scaletta, i Minnie's, che sono proprio di casa. La cosa che stupisce fin da subito è l'ottimo livellamento dei suoni, cosa che nei festival di solito succede solo intorno alla quinta band, se va bene; magari si poteva dare maggior risalto alla voce del cantante, che si sforza di dire il titolo del brano che si appresta ad eseguire ma poi capire le parole è ben più difficile, sia che il pezzo sia in italiano o in inglese. I quattro propongono comunque un hardcore melodico con molti cambi di ritmo e nonostante una certa staticità sul palco fanno una bella figura, suonando brani tratti sia da "Un'Estate Al Freddo", come "Esci Quando Piove" e "Fai Vedere i Pollici" e dal recentissimo "The Sing Along Experience", entrambi editi dalla Riot Records.

1208
Viene poi il turno dei californiani 1208, quando c'è già una discreta folla sotto al palco anche se gli interessi maggiori si rivolgono all'attrezzata sezione merchandise. I loro brani, tratti per la gran parte dall'album "Turn Of The Screw" uscito quest'anno per Epitaph, restano soprattutto sul punk rock alla Bad Religion anche se non disdegnano qualche accelerazione di ritmo che li avvicina all'hardcore, mentre su tutto padroneggia la voce potente e calda del cantante e chitarrista Alex; la loro pecca è, nuovamente, l'eccessiva tranquillità sul palco, anche se i quasi dieci anni di carriera dovrebbero garantire loro una forte esperienza.

The Movement
Dopo venti minuti abbondanti è ancora tempo di stacchi acid jazz e swing anni '50 per permettere di allestire la strumentazione ai Movement, trio di Copenhagen (Danimarca) che tocca diversi generi dallo ska al rock'n'roll al punk ma che si presenta in stile assolutamente ska, smoking nero e cravatta per tutti tranne che per il batterista a cui viene concesso di lasciare la giacca dietro le quinte. La loro poliedricità è impressionante, sembra di sentire un medley di tutti le correnti rock esistenti, che a tratti li fa assomigliare ai Clash ed altre volte li inserisce in contesti rigorosamente ska, con veloce chitarra in levare e melodie spiazzanti. La tecnica è sopraffina, col batterista che prima e durante l'esibizione si dilunga in assoli rapidi e precisi, mentre anche la tenuta del palco è da applausi: specialmente il chitarrista è in gran forma e si diletta più volte nel suonare il suo strumento con la rotazione completa del braccio destro. Una vera sorpresa per i presenti.

Yellowcard
Ed è già il turno, forse un po' presto in scaletta, di una delle band rivelazione delle ultime stagioni, i Yellowcard, quintetto californiano. L'impatto è fortissimo, si nota subito la chitarra dal suono prorompente ed efficace e la base ritmica dalla potenza notevole, a cui va aggiunto l'effetto spettacolare e scenico del violinista Sean, che oltre a dare un tocco particolare al "sound" della band, non sta fermo un attimo sul palco già dal pezzo d'apertura "Way Away", facendo impazzire il pubblico a metà show circa, quando dopo essere salito su una cassa, regala un salto mortale all'indietro in tutta scioltezza. Vedere un violinista che, col suo strumento così classico e tranquillo, si muove e si sbraccia a tempo di punk fa uno strano effetto, e dà la piacevole sensazione di aver infranto le invisibili barriere della regolarità. La band ripercorre quasi tutti i brani di "Ocean Avenue", col cantante Ryan in gran spolvero che non sbaglia una nota e sembra davvero di sentire il CD. I Yellowcard, pur non variando molto sul tema pop punk tanto caro a Donots, Midtown e compagnia bella e pur non cambiando praticamente mai registro, offrono un'esibizione notevole, arricchita da ripetuti salti coordinati, anche se a dire il vero era lecito aspettarsi una risposta più massiccia da parte dei fans.

MxPx
Chi invece non ha alcun problema a scaldare il pubblico sono gli MxPx, che con sorpresa generale salgono sul palco prestissimo in scaletta, nonostante sicuramente possano vantare molti più fans di qualcuno dei gruppi successivi. I tre ex ragazzini prodigio del punk californiano, precursori a loro modo del pop punk e grandi rappresentanti dell'hardcore melodico, sono cresciuti di numero (si è aggiunto infatti un chitarrista) ma anche di età, aggirandosi tutti ormai sui 28 anni, specie il batterista Yuri che ne dimostra non il doppio ma quasi, mentre il cantante e bassista Mike Herrera è sempre di più il sosia pericoloso e tatuato di Ultraman. La band ripercorre in lungo e in largo la sua carriera, eseguendo canzoni da quasi tutti gli album della loro titolata vita, come la molto apprezzata "Punk Rawk Show" da "Teenage Politics", la splendida "Tomorrow's Another Day" da "Slowly Going The Way Of The Buffalo" e le più recenti ma ugualmente orecchiabili "My Life Story" e "The Next Big Thing" da "The Ever Passing Movement". Gli MxPx sono quelli che, durante il corso dell'intera giornata, si comportano maggiormente da rockstar, ma senza infastidire troppo: praticamente dopo ogni pezzo, infatti, il bassista e il chitarrista cambiano lo strumento per dare forse sfoggio delle loro doti finanziarie, altra mossa di dubbia utilità, mentre Mike lascia spesso il microfono alla folla con risultati non sempre buoni. Lo stesso Herrera diverte anche il pubblico durante una canzone lanciando il basso al volo ad un membro dello staff che nello stesso tempo gliene tira un altro indietro, tutto questo perfettamente a tempo, e più avanti riesce nella difficilissima impresa di far ruotare il basso attorno a sé stesso con un lancio violento. Il gruppo suona piuttosto a lungo soddisfacendo il pubblico, che per la prima volta dall'inizio sembra veramente caldo e trasportato, anche se manca l'appuntamento con alcuni brani storici che sarebbe stato bello ascoltare, da "Cristalena" a "Party, My House, Be There".

Beatsteaks
La prima ed ultima volta che ho visto i tedeschi Beatsteaks, uno dei gruppi storici della Epitaph, è stato al Deconstruction 2001, quando avevano appena fatto uscire lo stupendo e cattivo "Launched" e tutto il gruppo, ma soprattutto il cantante Arnim (l'uomo dal cognome impronunciabile), aveva messo il Velvet di Rimini a fuoco e fiamme con una prestazione ed un casino impareggiabili. Tante cose sono cambiate da tre anni fa ed anche i Beatsteaks hanno modificato radicalmente il loro sound con l'uscita dei calmi e tradizionali "Living Target" e "Smack Smash", due bei lavori che però hanno perso molte delle caratteristiche più hardcore della band. Stessa cosa sul palco: tranquilli, rilassati, col cantante (maglietta a righe orizzontali bianche e verdi, bombetta in testa, voce roca e grattata) che per gran parte del concerto imbraccia anche la chitarra rendendo ancora più circoscritto il già limitato movimento. La gran parte delle (poche) canzoni che propongono vengono appunto dagli ultimi due album, mentre ritirano fuori per la felicità dei fans vecchio stampo anche "Panic" e "We Can Figure It Out Tonight" dall'indimenticato "Launched", che ben risaltano anche grazie ad una perfetta regolazione dei volumi. Arnim ad un certo punto scende pure dal palco per andare a confondersi con la folla e strappa applausi muovendo i piedi in una sorta di tip tap sulle secche rullate del batterista, ma proprio quando sia il pubblico che la band cominciano a scaldarsi, il loro tempo a disposizione è già finito. Nel complesso la loro prestazione non è stata malvagia, tutt'altro, però chi si ricordava dei devastanti Beatsteaks di un tempo è certamente rimasto un po' deluso.

Strike Anywhere
Dopo la seconda capatina all'esterno per vedere le acrobazie di skate, BMX e motorbike (con un motociclista che imbocca troppo lento la rampa e si schianta frontalmente, per essere poi trasportato all'ospedale da un'ambulanza pronta) è il turno degli Strike Anywhere, gruppo della Jade Tree Records, grande rivelazione del festival grazie ad un sound devastante e graffiante e ad un effetto scenico impedibile: i due chitarristi, entrambi rispondenti al nome di Matt, imbracciano le due Gibson bianche (una LesPaul ed una Diavoletto) e si posizionano ai lati del palco larghi e simmetrici, per permettere al furibondo cantante Thomas Barnett, autentico animale da palco, di spaziare, correre ed urlare su tutto il fronte. I musicisti restano abbastanza "impalati" ma Barnett è assolutamente sufficiente a coprire questo deficit: i suoi lunghi dread chiari svolazzano e si muovono senza sosta mentre le sue gambe si rifiutano di fermarsi anche per un istante. La band sprizza hardcore da ogni poro, alterna melodie efficaci a parti violente e caustiche, e chi credeva che il suono così potente e ruvido dei loro CD fossero dovuti alla mano esperta del celebre produttore Brian McTernan si deve ricredere: dal vivo i brani, tratti sia da "Exit English" che dal più vecchio "Change Is A Sound", sono delle vere esplosioni che mandano in frantumi le orecchie dei ragazzi appostati sotto al palco abituati fino a quel punto a canzoni e gruppi molto più leggeri ed orecchiabili. Gli Strike Anywhere arrivano esattamente al momento giusto per svegliare la giornata che si stava indirizzando su binari fin troppo spenti e tranquilli, danno uno scossone all'ambiente con energia e passione, sudore e grida. Un gruppo che dal vivo, se possibile, dà il meglio di sé stesso grazie alle caratteristiche della loro musica, un'esibizione da non perdere che lascia l'amaro in bocca quando dopo venticinque minuti devono salutare il pubblico, facendo restare la sensazione che un pezzo molto spettacolare ed intenso del Deconstruction 2004 se n'è andato.

Slackers
E cosa ci può essere di peggio, dopo una mezz'ora scarsa di hardcore e ritmi forsennati, di un combo ska vecchio stampo vestito con smoking e pantaloni da sera? Niente, anche perché il contributo allo ska per oggi l'hanno già dato gli ottimi Movement. Gli Slackers sono sette, con un cantante, un bassista, un chitarrista ed un batterista di base, più un tastierista ed una sezione fiati composta da tromba e sax. Ma dopo appena tre pezzi, durante i quali si constata che i tempi non si spostano di una tacca di metronomo e il chitarrista sembra avere una paresi alla mano dato che non cambia per niente il ritmo della pennata da sotto, decido che è ora di uscire nel cortile per rifocillarsi con un "panino igiene zero" ed una birra annacquata.

Pulley
Direttamente dalla californiana Simi Valley salgono sul palco i Pulley, band sotto contratto con la Epitaph capitanata da un nome storico del punk anni '90, Scott Radinsky, già ex Scared Straight e Ten Foot Pole. La band ha da poco rilasciato il suo quinto album, "Matters", ed ovviamente questo risente sulla scaletta proposta, che attinge a piene mani dall'ultimo lavoro lasciando meno spazio ai brani che li hanno resi celebri in tutto il mondo. I Pulley sono rappresentanti di quel filone del punk che ha spopolato fino ad oltre la metà del decennio scorso per poi diradarsi in maniera veloce ed inaspettata, di quell'hardcore melodico puro e sano che lascia poco spazio ad altre contaminazioni o sperimentazioni: la batteria raddoppia sempre il colpo della cassa, la chitarra è sbrigliata oppure impegnata in fulminei stoppati, la voce alta e lineare di Scott regala melodie contagiose. I Pulley non sono cambiati e non cambiano da anni, e dal punto di vista dell'esecuzione dei brani questo affiatamento e questa esperienza si sentono in modo notevole, mentre dal punto di vista della tenuta del palco la band è sicuramente insufficiente, fermi e statici tutti e cinque pure nei momenti di maggior carica, anche se tutto questo non impedisce alle decine e decine di kids di scontrarsi e pogare frenetici, prodursi in stage-diving o cantare in coro i facili ritornelli. Il gruppo come già detto non affronta molti brani di vecchia data preferendo sponsorizzare l'album di recente uscita, anche se brani come "Cashed In" e "Working Class Whore" vengono fortunatamente proposti mentre altri come la bellissima "Soberbeah", probabilmente la canzone migliore della loro vita, non è inserita in scaletta, con buona pace di chi l'aspettava con ansia. Dopo quaranta minuti scarsi lasciano il posto ad uno dei gruppi più attesi della giornata, gli Anti-Flag, e le scommesse sui cori che effettueranno contro l'amministrazione Bush e Berlusconi si sprecano.

Anti-Flag
I quattro ragazzacci di Pittsburgh entrano in scena di colpo rabbiosi, incazzati, il cantante e chitarrista Justin Sane ha la voce più roca e grezza di quanto fosse logico aspettarsi, le chitarre graffiano, le loro movenze sul palco sono schizzate ed inquiete ed il pubblico va subito in delirio. Ma purtroppo, già dopo il primo pezzo iniziano a far alzare il dito medio ai fans urlando "fuck George Bush, fuck Silvio Berlusconi, fuck police brutality" (anche se, probabilmente storditi dalle ore di musica, molti fraintendono "police brutality" con "Francesco Rutelli", e la cosa lascia inizialmente molto sgomento) ed iniziano il loro aggressivo sermone contro la guerra in Iraq e chi l'ha voluta, senza portare alcun rispetto alla fetta di pubblico che non vota a sinistra o che non vota per niente o che è lì semplicemente per ascoltarli senza aver intenzione di sentire qualcun altro che ci dica da che parte dobbiamo stare e cosa dobbiamo pensare. Questo gesto viene fatto ripetere diverse volte nel corso dello spettacolo e la faccenda comincia ben presto anche ad irritare. D'altra parte, dal punto di vista dell'esibizione in sé, gli Anti-Flag non possono deludere proprio nessuno: il loro spettacolo è teso, vibrante, carico d'energia ed il movimento sul palco unito alla straordinaria passione che trasmettono è più che sufficiente a scaldare gli animi; la band come è ovvio nella mezz'ora a sua disposizione ripercorre la propria carriera attraverso alcuni dei brani più amati (il Mazda Palace esplode letteralmente durante "You're Gonna Die For The Government", con tutta la folla che ne grida il ritornello a squarciagola), intervallandoli con i pezzi contenuti nell'ultimo album "The Terror State", più lenti e melodici ma con le stesse liriche al vetriolo.

Lagwagon
Il quintetto di Santa Barbara è chiaramente tra le band più attese della giornata e lo dimostra il fiume impressionante di pubblico che, al loro ingresso in scena, scende dalle tribune del palazzetto per riversarsi in massa vicino al palco. La band entra alla grande, eseguendo subito lo storico jingle di "Inspector Gadget". Purtroppo sarà l'unico lampo di un'esibizione triste e deludente. Fin dalle prime battute si nota che i Lagwagon non sono quelli delle grandi occasioni, appaiono stanchi, pigri, quasi annoiati dalla situazione: i componenti non si schiodano di un centimetro dalle loro postazione, mentre Joey Cape sembra che canti solo per fare un favore. Anche la scaletta scelta dal gruppo è del tutto contestabile: la scelta di suonare molti dei brani dell'ultimo "Blaze" è legittima, ma non lo è quella di non eseguire praticamente nessuno dei grandi successi degli ultimi dieci anni, da "Alien8" a "Making Friends", da "After You My Friend" a "Kids Don't Like To Share", passando per "Hurry Up And Wait" a "Mr.Coffee". Niente, zero assoluto, tra lo stupore generale. Anzi, quando vanno a ripescare canzoni del loro passato, scelgono brani sempre validi ma rimasti sempre in secondo piano rispetto a quelli sopraccitati, come "Move The Car" da "Hoss" e la lenta ed emozionante "The Kids Are All Wrong" da "Let's Talk About Feelings". Quello che se ne ricava sono dei Lagwagon a mezzo servizio, dei Lagwagon che scegliendo di interpretare brani dell'ultimo album, un po' sottotono rispetto agli altri, e di non suonare i pezzi storici, si trasformano da grandi portavoce dell'hardcore melodico californiano a band discreta dal sound incisivo ma non troppo originale. Sinceramente sono decisioni che non si capiscono, che lasciano molte domande, così come è normale domandarsi se per caso i Lagwagon non si siano un po' stancati di suonare in giro per il mondo dopo tutti questi anni, perché questa è la malaugurata idea che molti si sono fatti dopo questo mediocre spettacolo. Se non fosse così, i Lagwagon di oggi, così passivi e spenti, non hanno attenuanti, non possono permettersi questa mancanza di calore e passione visto e considerato che passano in Italia una volta ogni due anni se va bene, e considerato l'enorme seguito di fans.

Pennywise
Senza farci attendere molto tempo come è ormai diventata abitudine per gli headliner dei grandi festival (ricordarsi dei NOFX all'Independent 2003), giunge anche l'ora dei quattro paladini di Hermosa Beach che chiudono questa edizione del Deconstruction. La prima impressione che si trae è che il chitarrista Fletcher è molto dimagrito e adesso fa la sua bella figura. I Pennywise, a differenza dei Lagwagon e di altre band della giornata, sponsorizzano relativamente poco l'ultima fatica "From The Ashes", preferendo accontentare il pubblico con una vasta carrellata di pezzi celebri. Quindi, è ovvio che in scaletta compaiano brani vecchissimi e celebri come "Society" e "Pennywise", che mandano in visibilio il pubblico scatenando un pogo immenso e furioso, le più recenti "God Save The USA" e "Fuck Authority", davvero strepitosa. Ma il meglio di sé stesso il gruppo lo dà quando decide di tramutare la tanto trendy "Hey Ya" degli Outkast in una canzone di puro hardcore melodico, tanto che poteva essere benissimo contenuta in un album della band; ovviamente non c'è paragone tra il pezzo originale e la bellissima e particolare interpretazione vocale del cantante Jim Lindberg. Quello che piuttosto infastidisce è il solito banale ed indiscriminato uso di parolacce italiane a sproposito, cosa che forse divertirà i quattordicenni con i capelli colorati con la bomboletta ed i piercing a molla, ma a chi segue i concerti da anni questa cosa fa venire voglia di lanciare frutta e verdura sul palco. Questa abitudine di certo non sconvolge né stupisce, però rimane il fatto che si potrebbe usare maggiore buonsenso ogni tanto. Quindi dopo averci dato degli stronzi un paio di volte ed averci mandato tutti quanti a fare in culo a più riprese, il gruppo decide che è ora di tornare ad essere una band intelligente e tira fuori dal cappello brani indimenticabili come "Alien" da "Straight Ahead", prima di offrire l'immancabile "Stand By Me", cantata da tutto il pubblico come era lecito aspettarsi. Ovviamente la conclusione è affidata al riff di chitarra per eccellenza del punk hardcore, quello di "Bro Hymn", che fa subito scattare il coro selvaggio ed un pogo ancora più violento e devastante. Le somme che si traggono invece dall'esibizione dei Pennywise è che il loro spettacolo è sempre bello ed emozionante da vedere nonostante i pezzi li abbiamo ormai ascoltati in tutte le varianti possibili, a differenza di band come i Lagwagon che hanno suonato, come già detto, senza alcun tipo di passione.

Spento il suono dell'ultimo accordo di chitarra di "Bro Hymn", una folla di dimensioni enormi si sposta verso l'uscita, pronta finalmente a respirare aria fresca ed uscire dal casino.



a cura di Carlo