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Domenica 15 febbraio 2004. Piazza Azzarita, Bologna. Il Paladozza è sommerso da
migliaia di ragazzi e ragazze urlanti e trepidanti. Le entrate sono intasate.
Gente che è lì da mezzogiorno, ben 8 ore prima dall'inizio del concerto.
Genitori che tra la folla accompagnano i propri figli al loro primo concerto.
Ragazzine che sollevano striscioni e cantano a squarciagola e urlano alla prima
figura umana che si affacci dall'ingresso del palazzetto, sia pure l'addetto
alla sicurezza. Bagarini che cercano di venderti il biglietto a cifre
esorbitanti. Emittenti televisive che, con le loro telecamere, si appostano
davanti alla folla gremita, suscitando l'agitazione generale. Ragazze che
piangono attendendo i loro idoli. Perché tutto questo? Perché stasera ci sono i Blink 182.
Le porte vengono aperte verso le 18:15, e il palasport si riempie in un attimo.
Già all'entrata del concerto la serata al Paladozza si preannuncia infatti traboccante
di sorprese sia perché i nomi delle band di supporto sono noti solo a pochi
fortunati ma anche e soprattutto per via della pessima fama che gli headliner
hanno riguardo all'esperienza live (basti ricordare l'esibizione in questa
stessa città durante l'Independent 2000). E in men che non si dica il merchandise è letteralmente preso d'assalto da denutrite sosia di Avril Lavigne e ragazzini ossigenati con tanto
di genitori al seguito (l'età del pubblico va davvero dai 12 ai 60 anni!).
Forty Winks
Gli onori di casa spettano agli italiani Forty Winks, che salgono sul palco
relativamente presto (non sono neanche le 20:00!), davanti al pubblico delle grandi occasioni. I Forty Winks non sono certo
alle prime armi in fatto di esibizioni live e lo dimostrano subito, aprendo con
"Anchor", contenuta in "To The Lonely Hearts", potente e che scalda subito il
pubblico. Poi il proseguo del concerto è tutto per l'ultimo album "Sweet Aweet
Frenzy", suonato praticamente nella sua totalità, eccezion fatta per la bella
"Red Phone Box". Chiusura affidata a "You're Crazy" (cover dei Guns'N'Roses) e "The
Big Turnover", entrambe contenute in "To The Lonely Hearts". Sempre bravi dal
vivo, esagerano però forse un po' quando cercano di atteggiarsi da rock-star (bere
acqua e poi sputarla in aria - questo gesto l'avranno ripetuto una decina di
volte, e alla lunga stufa), ma in mezz'ora scarsa riescono a divertire il pubblico. I Forty Winks portano quindi a termine il concerto senza grandi sbavature e sfruttano appieno l'occasione rinsaldando la loro già indiscutibile
reputazione e coinvolgendo un pubblico che ovviamente è lì per loro solo in
minima parte.
Unico neo dell'esibizione sono i suoni, davvero inadeguati: a tratti la voce
va e viene; per la chitarra stesso discorso. E si inizia a temere di dover sopportare
queste carenze anche con gli altri gruppi, cosa che
fortunatamente non succede. Ed ora, come hanno detto i quattro
"lama", forse con una sottile vena ironica: "lasciamo spazio agli americani!".
Motion City Soundtrack
Verso le 20:25, davanti ad un pubblico che è sempre più impaziente perché si
avvicina il momento dei suoi idoli, cominciano a suonare i Motion City
Soundtrack, gruppo power-pop-punk partner dei Blink 182 durante questo tour europeo e per molti grande incognita della serata. Forti della loro recente uscita su Epitaph ("I Am The Movie") incensata da valutazioni espressamente positive la band sembra davvero lanciata, tant'é che si appresta a salire sul carrozzone estivo del Warped Tour 2004.
Le canzoni in effetti sono carine, melodie accessibili e buon ritmo, insomma ascoltarli non
infastidisce. Ottima anche la tenuta scenica, con le improbabili
mosse del cantante chitarrista (che sembrano coreografie delle letterine di
Passaparola) e l'agitazione di un improbabile tastierista, che per ¼
dell'esibizione suona il suo strumento, e per i rimanenti ¾ corre per il palco
muovendo la testa e, addirittura, facendo verticali usando la sua tastiera
come base d'appoggio (molto instabile, a dir la verità).
Il loro vero problema sta però nel fatto che il batterista che di tanto in tanto
fatica a tenere il tempo ed il chitarrista è piuttosto legato (quest'ultimo ha
però l'indiscutibile merito di essere uguale al figlio di Ozzy Osbourne anche
se più biondo e permanentato!).
E le persone del pubblico non sembrano gradire, vedendo nel gruppo solo un
inutile ostacolo tra loro e l'esibizione dei Blink 182, e così il vengono
presi di mira da insulti e lanci di bottigliette (una colpisce il tastierista
su una spalla e lui, giustamente contrariato, la ritira al pubblico). Dopo tre quarti d'ora i
Motion City Soundtrack scendono dal palco. Il pubblico non vedeva l'ora. Parte
il countdown verso i Blink 182.
In definitiva, di sicuro una performance non completamente negativa ma
certo non esaltante, che disillude molti spettatori e che da sola non ripagherebbe
certo il prezzo del biglietto.
Blink 182
Richiamati dai cori che il pubblico febbricitante intona automaticamente non
appena appena qualche roadie della band sale sul palco, i tre ragazzi di San Diego iniziano il loro show dopo una buona mezz'ora dalla fine dell'esibizione dei Motion City Soundtrack, e le ragazzine che fino a quel momento se ne erano state sedute annoiate, ora sono tutte in piedi, macchina fotografica in mano, agitate come non mai. I tre californiani partono subito con "What's My Age
Again?" seguita da "Feeling This": insomma un inizio col botto che fa esplodere
in men che non si dica il Paladozza. Dopo che il gruppo ha sparato subito due
delle sue migliori cartucce, il concerto prosegue con i Blink 182 che pescano
canzoni un po' da tutti gli album: da "Enema Of The State" prendono "Dumpweed"
e "All The Small Things", "The Rock Show" e "Stay Together For The Kids" da
"Take Off Your Pants And Jacket" e soprattutto dall'ultimo album, di cui ci
propongono "Obvious", "I Miss You" (il secondo singolo), "Violence", "Down",
"Go", "Here's Your Letter". I Blink 182 sono in forma smagliante: capaci di far
emozionare, come quando durante "Stay Together For The Kids", Mark Hoppus
chiede di sollevare i cellulari al posto degli accendini, dato che siamo nel
2004 (risultato: una miriade di cellulari luminosi alzati in aria, uno
spettacolo surreale), e di divertire, come quando buttano apposta per terra le
aste dei microfoni per far intervenire i tecnici e regalare loro l'applauso
del Paladozza. "Easy Target" (sempre dall'ultimo album) è la loro ultima
canzone, quindi scendono dal palco. Ma ogni persona che abbia un po'
d'esperienza di concerti sa che quando un gruppo se ne va dal palco il 90%
delle volte ritorna: così, mentre la gente comincia a sfollare, parte una voce
di donna che parla accompagnata dal pianoforte, e tutti riconoscono l'intro di
"Stockholm Sindrome". Esplode un urlo generale; di lì a poco i Blink 182
ritornano sul palco ed eseguono appunto "Stockholm Sindrome", ritrasformando il
palazzetto che si stava calmando in una bolgia. Il finale (stavolta definitivo)
è affidato a "Dammit" (da "Dude Ranch"), una delle canzoni più famose dei Blink
182, che chiude degnamente un grandissimo concerto.
Riguardo all'esibizione non c'è davvero nulla da eccepire,
difatti con questa prova i Blink 182 hanno fugato ogni dubbio riguardante le
loro capacità sul versante live, non sbagliando una virgola. In particolare si è distinto nella sua tenuta da "mohawk" un Travis Barker in grande spolvero, che ha regalato tra una canzone
e l'altra stacchi molto apprezzati, ma a colpire è stata anche e soprattutto
un'interpretazione dei pezzi da parte del trio che si è discostata leggermente
da quella incisa ma che è altrettanto valida.
E prima che si faccia mezzanotte tutto è finito…
a cura di Tommy e Plescia
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