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Intervista ai New Story

A due mesi dall'uscita del loro ultimo disco, siamo riusciti a scambiare due chiacchiere con Alex, bassista dei New Story. Gli argomenti che vengono trattati riguardano soprattutto le novità presenti in "Different Ways", i progetti futuri della band e un parere sulla dimensione musicale in cui si trova ad operare. L'intervista parte un po' in sordina, salvo essere decisamente vivacizzata da uno sfogo a cuore aperto di Alex al riguardo della scena italiana, piena di rancore e poco riconoscente verso questa band colpevole di aver raggiunto una certa notorietà esclusivamente lavorando sodo.

Gennaio 2008

Il vostro disco è uscito da poco e ha subito attirato una grande attenzione. Quanto ci avete messo per mettere in ordine tutte le idee, comporre le canzoni e registrarle? Quali sono le situazioni a cui vi siete rifatti per scrivere i testi?

Abbiamo iniziato a lavorare al disco già nel gennaio del 2007, quando eravamo ancora nel pieno della promozione di "Untold Stories". I testi come sempre vengono da esperienze personali e dalla voglia di raccontare delle storie in cui può ritrovarsi chi ci ascolta.

La grande novità dell'album sono sicuramente le sei canzoni composte in italiano. Come mai questa scelta? Avete dovuto lavorare in modo diverso rispetto al passato per trovare la giusta combinazione fra testi e base musicale?

La scelta era quasi obbligata perché in Italia cantando nella nostra lingua si ha maggiore possibilità di farsi sentire e conoscere. Oltretutto volevamo sperimentare questa cosa anche perché richiesta da molti dei nostri fan e amici che ci seguivano. Avendo scritto sempre in inglese è ovvio che all'inizio abbiamo avuto delle difficoltà a scrivere anche in italiano, ma in realtà in breve tempo abbiamo trovato il modo giusto per lavorare e dobbiamo dire che alcuni dei brani in italiano ci convincono addirittura di più di quelli in inglese.

Avete ricevuto pressioni da parte della casa discografica per scrivere qualche canzone in italiano, o pressioni in generale?

Le pressioni in questo mondo ci sono sempre. E' ovvio che una grossa casa discografica vuole seguire tutto il lavoro e dare dei suggerimenti sul modo migliore per produrre il disco. Non eravamo abituati a lavorare in questo modo, ma dobbiamo dire che tutto il processo alla fine è stato abbastanza naturale.

La novità delle canzoni in italiano ha oscurato un po' anche molte altre novità interessanti rispetto al vostro lavoro precedente. La vostra musica sembra maturata e anche gli accompagnamenti sono più elaborati rispetto a "Untold Stories". Su cosa vi siete concentrati maggiormente e cosa avete aggiunto rispetto all'ultimo album?

Ci siamo concentrati certamente sull'obiettivo di mettere in pratica tutta l'esperienza fatta col primo disco ed è ovvio che se una band si evolve anche il sound ne risente: a chi piace davvero ascoltare una band che fa dieci dischi uguali? Per quanto riguarda l'italiano non crediamo che abbia oscurato il resto del disco, anzi, lo rende sicuramente più vario e più interessante.

Come è stato lavorare con un produttore del calibro di Steve Lyon, che ha collaborato pure con gruppi del calibro di Depeche Mode e Cure?

Sicuramente è stata una grossa esperienza perché ci siamo trovati a lavorare con un personaggio importante nel mondo della musica, che ha avuto a che fare con artisti enormi. Allo stesso tempo abbiamo lavorato con una persona molto piacevole che ci ha permesso di lavorare in grande serenità.

Molti vi hanno conosciuto quando avete aperto il concerto degli Angels And Airwaves, quando in un'occasione così importante siete riusciti a coinvolgere il pubblico da grande band, cosa ben difficile quando si deve suonare davanti ad un pubblico che non aspetta altro di vedere all'opera un gruppo di spessore internazionale. Era la prima volta che vi capitava di fare un'uscita davanti a così tanta gente?

Quella è stata effettivamente la prima volta che abbiamo partecipato ad un evento live davvero importante e la prima volta che suonavamo di supporto ad una big band. Riuscire a coinvolgere la gente quando sono tanti e belli carichi dalla serata che li aspetta con il loro gruppo preferito a noi viene davvero semplice (ci è successo con My Chemical Romance e 30 Seconds To Mars allo stesso modo) perché anche tu sul palco vai a mille e ti carichi. Il problema è riuscire a fare la stessa cosa quando hai un pubblico scarso e assonnato.

Siete riusciti a beccare DeLonge dietro alle quinte?

Sì, abbiamo conosciuto Tom: è stato gentilissimo e disponibilissimo con noi e non ci è sembrato avesse atteggiamenti tipici della rockstar (cosa che potrebbe permettersi di fare).

Avete sicuramente la connotazione da live band, siete sempre in tour e avete già suonato in paesi come Giappone, Inghilterra, Belgio, Germania... Dove vi siete trovati meglio? Che differenze notate fra le scena italiana e quella degli altri paesi?

Per i concerti sicuramente il Belgio è il paese migliore. Lì la gente vuole solo divertirsi e non gliene frega niente di stronzate che si sentono spesso qua del tipo "sta su MTV allora fa schifo". Effettivamente nonostante abbiamo un buon seguito e diverse persone che si sbattono nelle prime file ai nostri concerti dobbiamo ammettere che il peggiore al momento è proprio l'Italia. Qui c'è un atteggiamento ridicolo verso i gruppi che escono un minimo dalle cantine: c'è più gente che suona rispetto a quella che va ai concerti perchè tutti invidiano tutti e tutti credono di essere più bravi degli altri. Nessuno ha voglia di andare ai concerti di certi gruppi perché, appunto, a priori per molta gente fai schifo anche se non ti hanno mai visto suonare. A noi non è mai interessato entrare in certi meccanismi e siamo sempre andati avanti per la nostra strada. Qualche buon risultato l'abbiamo ottenuto, ma purtroppo ci siamo tirati sempre dietro tutta la merda della cosiddetta scena. Quella merda difficilmente ce la scrolleremo di dosso finché certi personaggi non impareranno a vederci come un gruppo rock che fa il suo sporco lavoro da anni e si fa un culo così ogni giorno e non come una boy band costruita a tavolino che sta in TV.

Pensate di promuovere il nuovo album anche all'estero, come fatto con "Untold Stories"?

Sì, ovvio. I brani in italiano hanno anche le versioni in inglese e stiamo lavorando per l'uscita all'estero. Ci vuole più tempo perché al momento ci stiamo concentrando sul nostro paese, ma essere un gruppo internazionale è sempre il nostro principale obiettivo.

Fra le band emergenti che ci sono attualmente in giro in Italia ce n'è qualcuna che vi sembra particolarmente promettente?

Ci sono tanti gruppi buonissimi e anche tante band che hanno iniziato da poco e pretendono di avere subito etichetta, booking, manager, eccetera. Sicuramente siamo rimasti impressionati dagli Epic Monday, un gruppo che ha suonato con noi di recente: spaccano di brutto e sono ragazzi simpaticissimi!

Che musica ascoltate quando siete a casa? Li mettete mai i New Story nel vostro lettore?

Ascoltiamo davvero di tutto, dal metal al pop. Le nostre canzoni sinceramente non le ascoltiamo quasi mai perché avendole suonate per mesi e suonandole tutt'ora quasi ogni giorno davvero non ne possiamo più eheheh!

Nel gruppo ultimamente dietro la batteria ci sono stati ben tre cambi di bacchette… Prima se ne è andato Danny e poi Teo subito dopo la fine delle registrazioni, come mai? E cosa vi ha spinto a scegliere Paolino per sostituirlo?

Quando si è in quattro non sempre si può andare d'accordo: con Danny certamente c'erano divergenze di tipo caratteriale, mentre con Teo ci siamo resi conto che tecnicamente non andava bene per questo gruppo. Paolino è un batterista conosciuto da anni nella scena, probabilmente uno dei migliori in circolazione, ed è una persona stupenda che sta dando parecchio in più ai The New Story.

Spesso per dei ragazzi che iniziano a suonare insieme e formano una band, all'inizio trovare un posto dove provare è un dramma. Poi è pure difficile trovare dei locali dove suonare quando non si ha ancora un nome. Voi come ve la siete cavata?

Noi, tra cambi di nome e formazione, siamo in giro dal 2000. Se dovessimo guardare indietro a tutte le cose che abbiamo fatto e che ancora facciamo per portare avanti il nostro sogno ci sarebbero mille fatti da raccontare. Quello che possiamo dire è che ci abbiamo sempre creduto, che fin dall'inizio abbiamo cercato di collaborare con altre band, che siamo andati a rompere il cazzo ai locali e abbiamo fatto centinaia di telefonate, spedito migliaia di e-mail e sfruttato al massimo internet, che è la risorsa migliore per farsi conoscere e per entrare in contatto con le altre realtà. Sì, ci vuole anche la fortuna di incontrare persone che credono davvero in te ed è sempre più difficile, ma non bisogna mai smettere di lavorare duro se si vuole ottenere qualcosa di importante.

Che fine ha fatto invece la Freshman Records, etichetta con la quale avevate rilasciato "Untold Stories"? Pensate di portare avanti questo progetto e magari produrre qualche nuova band o ormai ha chiuso i battenti?

Freshman era semplicemente un nome che abbiamo usato per autoprodurre "Untold Stories" e per denominare il nostro publishing per depositare i brani. Non sappiamo sinceramente se riutilizzeremo quel marchio per produrre altre cose, perché al momento siamo troppo concentrati su quello che stiamo facendo come The New Story. Certo che se si pensa che "Untold Stories" era un disco autoprodotto che ha attirato l'attenzione dei grossi media e delle major, vuol dire che in fondo siamo riusciti ad ottenere qualcosa di pazzesco tutto da soli. Allora ci chiediamo perché dopo tutto questo ancora ci sentiamo dire che siamo raccomandati o che siamo stati costruiti a tavolino.

Quali progetti avete per il futuro? Quale sarà il prossimo singolo?

Promuovere il più possibile il disco, in qualsiasi modo, ed iniziare a lavorare bene anche sull'estero. Non sappiamo ancora quale sarà il prossimo singolo: ci stiamo ancora pensando.



a cura di Fabio Quartino




Alex